Il blog di Vincenzo Masotti



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Il testo di Vincenzo:

Faccio uno sforzo di sintesi su un tema che necessiterebbe di volumi, più che di pagine: non ho firmato il referendum organizzato dall’associazione (vedi www.liberidaogm.it ).
La domanda era: “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da OGM?” (Chi vuole può ancora firmare, entro il 9 dicembre).
Uno dice: come non rispondere “ma ceeeerrrto!” ad una domanda così formulata? Eppure questa battaglia pro o contro gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) ha qualcosa che non mi convince. Intanto fin dal 1967 (anno del mio battesimo in politica sfociato poi in un 68 intensamente vissuto) non ho mai amato, salvo rare eccezioni, partecipare a manifestazioni (sono un fautore del fare più che del protestare). Ancora: queste raccolte di firme via Net mi convincono poco, sia quanto alla loro regolarità, almeno finché non sarà generalizzata la firma digitale, sia quanto alla loro efficacia. Infine, e più importante, mi chiedo: coloro che fanno questa campagna, la fanno perché sono preoccupati per le persone, per la “mia” persona, oppure per ragioni ideologiche e di potere? (gli OGM non sono un male di per sé...). E coloro che si oppongono alla campagna, lo fanno perché sono sinceri sostenitori della ricerca scientifica oppure perché sono legati a quelle multinazionali che stanno facendo profitti esagerati grazie ad una politica molto poco “trasparente”?
Propendo per i “secondi perché”.
Quanti consumatori sanno che praticamente tutti gli animali che mangiamo sono nutriti - a nostra insaputa - con vegetali modificati geneticamente?
Quanti sanno che la stessa cosa (il non-obbligo di segnalare che gli animali sono stati alimentati con prodotti OGM) vale per il latte e per le uova?
Quanti sanno che nelle etichette non è obbligatorio indicare gli OGM se la percentuale di presenza è inferiore allo 0,9 per cento per ogni componente del prodotto alimentare?
Quanti sanno che c’è una tolleranza dello 0,5 per cento per i prodotti che contengono OGM “non ancora autorizzati”?
Quanti sanno che in certi prodotti è impossibile rintracciare l’eventuale DNA modificato a causa del processo di lavorazione subito dalle materie prime? (comunque la tecnologia delle analisi di laboratorio fa rapidamente passi da gigante e questo scoglio sarà superato).
In sintesi: la mancanza di trasparenza da parte dei produttori, ma soprattutto da parte delle autorità politiche che legiferano in materia (in questo caso soprattutto a livello di commissione europea) è semplicemente una cosa vergognosa.
Detto questo e ritenendo vero che molte delle piante che ci danno nutrimento da secoli e da millenni sono il risultato di modificazioni genetiche, anche spontanee (ma, attenzione! appunto in tempi storici piuttosto lunghi...) mi chiedo perché non favorire delle ricerche che potrebbero portare dei vantaggi all’umanità. C’è una differenza evidente tra la ricerca scientifica che si ripropone di capire la natura ed eventualmente di migliorarla, ma seguendo il principio di precauzione, e la ricerca scientifica che si ripropone di passare in tempi i più rapidi possibili alla produzione di massa e alla commercializzazione di OGM che al momento non si sono dimostrati di particolare utilità.
Per il primo tipo di ricerca, quello buono, credo che i denari che investiamo in Italia in questo campo siano miserevolmente insufficienti e va detto che questo tipo di ricerca costa relativamente poco. Per il secondo tipo di ricerca occorrono milioni di dollari solo per far passare le autorizzazioni governative e per il marketing. Se lo possono permettere soltanto le grandi multinazionali. Vuol dire praticamente che di OGM utili scovati dai piccoli laboratori delle piccole università pubbliche difficilmente avremo modo di sapere qualcosa, mentre degli OGM creati in grande stile e messi sul mercato difficilmente avremo modo di conoscerne eventuali difetti. Bello, eh?

PS: Di fronte alla eguale probabilità che si producano effetti negativi o positivi, il Principio di Precauzione raccomanda cautela, intesa come dare maggior peso, in via provvisoria, alla considerazione degli esiti negativi rispetto a quelli positivi, predisponendo misure protettive senza attendere che sia dimostrata la realtà e la gravità dei danni in gioco. Il senso di questa opzione è di evitare che la mancanza o carenza di informazioni venga utilizzata come alibi per rinviare l'adozione di efficaci misure di prevenzione. In questo senso si può dire che il PP racchiuda una sorta di saggezza minimale (peraltro già contenuta nell'etimologia del verbo latino "precavere", "stare all'erta", e applicabile a tutte le attività umane), ben espressa dal detto inglese "better safe than sorry", che può a sua volta essere resa in italiano un po' rozzamente con il vecchio adagio "meglio avere paura che toccarne" e, meno rozzamente, con "meglio andare sul sicuro".
(da: OGM e principio di precauzione, di Sergio Bartolommei, docente di Bioetica, Dipartimento di Filosofia e Corso di laurea in Ingegneria Biomedica, Università degli Studi di Pisa)

I commenti dei visitatori:


All of my questions sensted-thalkt!


8kHuwWb9KR18 - 09-11-2016

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8kHuwWb9KR18 - 09-11-2016

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